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Percezioni

Questo letto è enorme,  il quadro di fronte a me mi rigenera, mi rappresenta e mi ricorda un’esperienza vissuta qualche anno fa. La donna raffigurata è lo spirito che mi aiutò. Successe tutto in Calabria, io e Sophy eravamo ospiti da due amiche. Una mini vacanza al mare. Pochi giorni intensi di sole e spiaggia. Con la forza di un bagnino muscoloso Sophy mi prendeva in braccio e mi adagiava in acqua con un salvagente. Stupenda sensazione abbracciata ad un mega ciambellone che mi teneva a galla. L’acqua era un massaggio continuo e mi faceva sentire leggera. Mi divertivo e giocavo come una bambina.

Le onde erano la fisioterapia naturale. La sensazione di non provare dolore era meravigliosa.  Quella sensazione di benessere svanì la sera stessa, una volta stesa sul letto mi accorsi di avere le ginocchia storte. Non avevo preso nessuna botta in acqua, non avevo urtato niente, non riuscivo a capire perché le mie gambe avessero reagito così. Mi spaventai e feci partecipe Sophy di quanto mi stava succedendo e vidi la preoccupazione nei suoi occhi.

«Ehi tranquilla, non è niente, forse è solo stanchezza.»

«Però se non è così non vado in ospedale. Promettimi che torniamo a casa.»

Le mandai un bacio. Mi sorrise e mi abbracciò. Feci finta di rilassarmi per rassicurarla e cominciai a parlare mentalmente con mia madre (morta nel 2006) . Mi affidai a lei, la implorai di non farmi andare in ospedale. La mia preghiera venne interrotta nel momento in cui sentii una folata di vento trapassarmi. Quel vento aveva una forma di donna, vestita di bianco. La tunica lunga era adornata da una chioma di capelli. Era sospesa da terra e se ne andò attraverso il muro. Riuscii solo a urlare, il mio viso pallido funereo spaventò Sophy. Per non allarmarla ulteriormente non le raccontai niente, la tranquillizzai e le feci vedere che le mie ginocchia erano tornate normali, stavo bene. Mi addormentai serena. Il mio risveglio solare depistò Sophy, ancora scioccata nell’avermi vista imitare l’urlo di Munch. Le raccontai cosa avevo visto e percepito, le mie parole la rassicurarono e furono la risposta a molte sue domande. In quei tre giorni che soggiornammo in quella casa, avevamo avuto la sensazione che qualcuno, che qualcosa, vegliasse su di noi. Consapevoli che fosse una figura positiva quella che fluttuava intorno a noi.

Non potrò mai dimenticarmi quella notte. Mai. Ecco perché poco tempo dopo ebbi la necessità di mettermi davanti ad una tela bianca e lasciandomi guidare dipinsi questa figura di donna che ora sta appesa in camera.

Il pennello cambiò spesso forma e angolazione, trasformando quanto avevo visto. La donna ad ogni pennellata cambiava aspetto. Se chiudo gli occhi e immagino di sentirmi e vedermi, mi rifletto in quello che ho raffigurato. Sono io, con i miei limiti, con il braccio destro che non sento. Sono io con le gambe che non si vedono.

Sono io la modella ritratta. Sono io.

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